Art of the Long View: Planning for the Future in an Uncertain World
Art of the Long View: Planning for the Future in an Uncertain World
Roger Martin, ex preside della Rotman School of Management, mostra come il Knowledge Funnel porti un’idea dal mistero all’algoritmo, e perché fermarsi troppo presto costa caro. Riassunto, concetti chiave e applicazioni pratiche per manager e imprenditori.

Approfondimento
Perché leggere questo libro
Ogni anno, tra novembre e dicembre, quasi tutte le aziende ripetono lo stesso rito: un budget lineare basato su un’unica proiezione, “il mercato crescerà del 3%”. Questo libro spiega perché quell’esercizio, il forecasting, è la scommessa più rischiosa che un’azienda possa fare in un mondo che non si muove più in linea retta. Peter Schwartz, che ha guidato lo scenario planning alla Royal Dutch Shell negli anni ’70 e ’80 e ha poi co-fondato il Global Business Network, scrive il testo che ha reso questa disciplina accessibile fuori dalle sale riunioni delle grandi compagnie petrolifere.
È il libro che ha reso famoso lo scenario planning perché lo racconta non come teoria astratta, ma come cronaca diretta di come Shell abbia anticipato la crisi petrolifera del 1973 e quella del 1979, passando da settima a seconda compagnia petrolifera mondiale mentre i concorrenti, tutti ancorati a un’unica previsione, restavano paralizzati. È stato votato il miglior libro sul futuro dall’Association of Professional Futurists, e resta il riferimento da cui discendono quasi tutti i framework di scenario planning successivi.
Vale la pena leggerlo oggi perché il mondo BANI (fragile, ansioso, non lineare, incomprensibile) in cui operano le aziende del 2026 assomiglia più a quello della crisi petrolifera del 1973 che a quello stabile su cui si basa il forecasting tradizionale. La differenza tra chi ha già “vissuto” uno scenario in simulazione e chi viene colto di sorpresa non è la fortuna, è la preparazione, e questo libro insegna il metodo per costruirla.
Di cosa parla il libro
Il libro affronta un problema che ogni CEO conosce bene: il futuro non è prevedibile, ma le aziende continuano a pianificare come se lo fosse. Schwartz distingue con chiarezza il forecasting (che assume un futuro probabilistico e cerca di indovinare l’evento più probabile) dallo scenario planning (che assume un futuro possibilistico e si prepara a più esiti plausibili contemporaneamente). Non si tratta di avere una sfera di cristallo migliore, ma di cambiare completamente lo strumento con cui si guarda avanti.
L’approccio proposto nasce dal metodo sviluppato da Pierre Wack e dallo stesso Schwartz in Shell: identificare le forze trainanti che agiscono sul settore, isolare le incertezze critiche (i pochi fattori davvero imprevedibili ma ad alto impatto), e costruire scenari multipli, internamente coerenti, che rappresentino mondi diversi e plausibili, non un ventaglio di ottimismo e pessimismo. Il contributo più originale del libro è il metodo delle “remarkable people interviews”: invece di affidarsi solo a dati storici e modelli quantitativi, Schwartz suggerisce di intervistare persone ai margini del proprio settore, futurologi, ricercatori, regolatori, competitor emergenti, clienti estremi, perché sono spesso le prime a percepire i segnali deboli di un cambiamento in arrivo.
Il messaggio centrale è che lo scopo dello scenario planning non è indovinare quale futuro si realizzerà, ma costruire un’organizzazione capace di riconoscere rapidamente quale scenario si sta materializzando e reagire con un piano già pronto, invece di convocare riunioni d’emergenza quando è ormai tardi.
Concetti chiave
Dal forecasting allo scenario planning: una domanda diversa
Il punto di partenza del libro è una distinzione che sembra sottile ma cambia tutto. Il forecasting risponde alla domanda “cosa succederà?” e produce un piano unico, utile solo in ambienti stabili e a breve termine. Lo scenario planning risponde invece alla domanda “cosa faremmo se succedesse questo?” e produce 3-5 scenari alternativi, ciascuno internamente coerente, su cui testare la robustezza di una strategia. Schwartz sostiene che affidarsi a un’unica “official future” (il futuro ufficiale su cui l’azienda ha già scommesso implicitamente) è l’errore più comune e più pericoloso della pianificazione strategica.
Le forze trainanti e le incertezze critiche
Prima di costruire scenari, bisogna separare ciò che è prevedibile da ciò che non lo è. Le forze trainanti (driving forces) sono trend di cui conosciamo la direzione anche se non il timing esatto, come l’invecchiamento demografico. Le incertezze critiche sono invece i pochi fattori che avranno un impatto enorme sul business ma la cui direzione resta davvero ignota, come l’evoluzione della regolamentazione o la direzione dei tassi d’interesse. Il passaggio più delicato è scegliere solo due incertezze, indipendenti tra loro: troppe incertezze rendono lo scenario inutilizzabile, incertezze correlate producono scenari che si assomigliano.
La matrice degli scenari: costruire mondi plausibili
Incrociando le due incertezze critiche su due assi si ottiene una matrice 2×2, quattro quadranti che diventano quattro scenari, quattro “mondi possibili” logicamente coerenti e distinti tra loro. Ogni scenario va raccontato come una narrazione, non come una tabella di numeri, perché è la forma narrativa a costringere il team a “vivere” mentalmente in un futuro che non esiste ancora. Schwartz insiste su una regola precisa: gli scenari non devono essere un ventaglio da ottimista a pessimista, ma modi realmente diversi in cui il mondo potrebbe evolvere.
Le remarkable people interviews: catturare i segnali deboli
È il contributo più distintivo del metodo Schwartz rispetto al metodo Shell originale. I dati storici e i modelli quantitativi, per definizione, non contengono ancora i segnali di un cambiamento che sta appena iniziando. Per questo Schwartz propone di intervistare 10-15 persone “remarkable”, non necessariamente famose, ma posizionate ai margini del settore, dove i segnali deboli si manifestano prima che diventino mainstream. È un metodo qualitativo che integra, e spesso anticipa, quello che l’analisi dei dati può confermare solo più tardi.
Il wind tunneling: mettere alla prova la strategia
Costruire scenari non è il punto d’arrivo. Il passo finale è prendere la strategia attuale dell’azienda e farla “volare” dentro ciascuno dei quattro scenari, come in una galleria del vento. In quali scenari la strategia vince? In quali fallisce? Quali segnali precoci indicherebbero che ci stiamo muovendo verso lo scenario sbagliato? Questo esercizio trasforma lo scenario planning da un gioco intellettuale a uno strumento operativo, capace di trasformare una scommessa secca in un portafoglio di opzioni robuste su più futuri.
Cosa imparerai
- Distinguere il forecasting dallo scenario planning e capire quando ciascuno dei due strumenti va usato.
- Identificare le forze trainanti e isolare le incertezze critiche che contano davvero per una decisione strategica specifica.
- Costruire una matrice di scenari 2×2 con narrazioni coerenti, non un semplice ventaglio ottimista/pessimista.
- Usare le “remarkable people interviews” per intercettare segnali deboli che i dati storici non possono ancora mostrare.
- Testare la robustezza della propria strategia attuale contro più futuri possibili (wind tunneling) e definire segnali precoci da monitorare.
A chi consiglio questo libro
CEO e imprenditori
Se devi prendere una decisione strategica pluriennale, un investimento importante, un ingresso in un nuovo mercato, in un contesto che ti sembra troppo incerto per un piano lineare, questo libro ti dà il metodo per trasformare quell’incertezza in uno strumento di lavoro invece che in un alibi per rimandare la decisione.
Manager e responsabili di pianificazione strategica
Se sei tu a costruire il budget e il piano annuale, il libro offre un’alternativa concreta al solito esercizio di forecasting lineare, con un metodo strutturato che puoi portare al tuo comitato direzionale senza bisogno di un team di futurologi dedicato.
Consulenti e professionisti dell’innovazione
Il testo è il riferimento storico da cui discendono quasi tutti i framework di scenario planning oggi in circolazione (Shell, GBN, Oxford), ed è utile tanto per padroneggiare il metodo originale quanto per spiegarne l’origine a clienti scettici verso gli “esercizi di scenario”.
Quando questo libro fa la differenza
Se stai chiudendo il budget e il piano strategico dell’anno prossimo e ti accorgi che si basa su un’unica proiezione ottimistica, questo libro ti mostra come costruire alternative robuste prima che il mercato ti costringa a farlo in emergenza. Se stai valutando un investimento importante e pluriennale, come una nuova linea produttiva o l’ingresso in un mercato nuovo, il metodo del wind tunneling ti aiuta a capire se quella scelta regge in più scenari o solo in quello su cui hai già scommesso implicitamente. Se la tua azienda opera in un settore esposto a shock geopolitici, regolatori o tecnologici, sviluppare in anticipo dei piani “trigger-based” per ogni scenario può ridurre drasticamente il tempo di reazione quando lo shock arriva davvero.
Punti di forza e limiti
Cosa mi è piaciuto: è raro trovare un libro di management scritto trent’anni fa che resta così utilizzabile oggi senza bisogno di grandi adattamenti concettuali. Il valore del libro non è solo il framework in sé, ma il fatto che Schwartz lo racconta attraverso casi reali (la crisi del 1973, quella del 1979) invece che come teoria astratta: questo lo rende un testo narrativo, quasi un saggio di storia del business, prima che un manuale tecnico. Le “remarkable people interviews” restano, secondo me, l’intuizione più sottovalutata del libro: in un’epoca ossessionata dai dati quantitativi, ricordare che i segnali deboli si trovano prima nelle persone che nei numeri è un promemoria che vale da solo il prezzo del libro.
Cosa avrei migliorato: il libro è del 1991 e in alcuni capitoli si sente: gli esempi tecnologici e geopolitici sono datati, e chi cerca un manuale operativo passo-passo con template pronti resterà un po’ deluso, perché Schwartz scrive più da narratore che da consulente con i fogli di lavoro in mano. Il processo di costruzione delle “remarkable people interviews” inoltre richiede tempo e una rete di contatti che una piccola impresa italiana fatica a mettere in piedi senza un adattamento del metodo su scala più piccola.
Le frasi più interessanti
- “Scenario planning is about challenging the official future and the assumptions that underlie it.”
- “What increasingly affects us is not tangibles like bottom-line numbers, but intangibles: our hopes and fears, our beliefs and dreams. Only stories, scenarios, and our ability to visualize different kinds of futures adequately capture these intangibles.”
- “Using scenarios is rehearsing the future.”
Come applico questi concetti nei miei progetti di consulenza
Uso il metodo di Schwartz quasi ogni anno, tra novembre e dicembre, proprio nel momento in cui i miei clienti PMI chiudono budget e piano strategico. Il primo passo è sempre lo stesso: far emergere la “domanda focale”, la decisione specifica che tiene sveglio il CEO la notte, invece di provare a mappare genericamente “il futuro del settore”. Da lì, costruiamo insieme in un workshop di mezza giornata la matrice delle due incertezze critiche e i quattro scenari, con nomi evocativi che il team ricorda mesi dopo, non solo numeri su un foglio Excel.
L’errore più comune che vedo commettere alle aziende, anche quelle strutturate, è costruire scenari bellissimi in un workshop e poi pianificare comunque assumendo solo lo scenario più ottimistico, mettendo gli altri tre in un cassetto. Il vero valore arriva solo con il passaggio successivo, quello che nella mia newsletter ho chiamato Dynamic Scenario Planning: definire per ogni scenario dei leading indicator misurabili e dei piani “trigger-based” (se l’indicatore X supera la soglia Y, allora attiviamo l’azione Z entro un tempo T), così che quando lo scenario si materializza davvero, come è successo a Eni nel 2020 con il Covid dopo aver mappato nel 2019 un “Disruption Scenario”, l’azienda non convochi una riunione d’emergenza ma apra semplicemente il playbook già pronto.
Per le PMI italiane adatto il metodo originale di Schwartz su una scala più piccola: al posto delle remarkable people interviews su rete internazionale, che richiedono risorse fuori portata per un’azienda da 20-50 milioni di fatturato, lavoro con 3-5 interviste mirate a persone ai margini del settore del cliente (un fornitore che vede segnali nel mercato asiatico, un cliente che sta già sperimentando soluzioni alternative), integrate con l’AI per generare rapidamente varianti di scenario e quantificarne gli impatti finanziari, un passaggio che nel 1991 richiedeva mesi di lavoro manuale e oggi si comprime in un paio di settimane.
Libri correlati
- Strategy Safari, di Henry Mintzberg, Bruce Ahlstrand e Joseph Lampel: mappa le diverse scuole di pensiero strategico e aiuta a collocare lo scenario planning nel panorama più ampio della disciplina.
- Good Strategy Bad Strategy, di Richard Rumelt: un complemento ideale per chi, dopo aver costruito gli scenari, deve poi tradurli in una strategia concreta e non in un semplice esercizio di visione.
- Thinking in Bets, di Annie Duke, approfondisce, da un’altra prospettiva, come prendere decisioni robuste in condizioni di incertezza: lo stesso problema centrale di questo libro, applicato al singolo decisore.
- This Is Strategy, di Seth Godin: uno sguardo più agile e meno strutturato sulla pianificazione in condizioni di cambiamento continuo, utile per chi trova il metodo Shell troppo formale per la propria organizzazione.
Domande frequenti
Chi è Peter Schwartz?
È stato per anni a capo del team di scenario planning della Royal Dutch Shell e ha poi cofondato il Global Business Network (GBN), la società di consulenza che ha portato lo scenario planning fuori dal settore energetico verso governi e aziende di ogni settore.
Il libro è adatto a chi si avvicina per la prima volta allo scenario planning?
Sì, è probabilmente il miglior punto di partenza, perché racconta il metodo attraverso casi reali e in modo narrativo, prima ancora che come manuale tecnico con template da compilare.
Vale ancora la pena leggerlo oggi, a più di trent’anni dalla sua pubblicazione?
Sì. È stato votato il miglior libro sul futuro dall’Association of Professional Futurists, e il framework concettuale (forze trainanti, incertezze critiche, matrice degli scenari) resta identico a quello usato oggi, anche se l’AI ha reso il processo molto più rapido rispetto al 1991.
È utile per le PMI o è pensato solo per multinazionali come Shell?
Il metodo nasce in un contesto di grande impresa, ma i principi si applicano bene anche a una PMI, spesso con più urgenza: un’azienda piccola ha meno margine per assorbire uno shock imprevisto e più agilità per reagire in fretta, se ha già uno scenario pronto.
Qual è la differenza tra scenario planning e forecasting?
Il forecasting mira a prevedere l’evento più probabile e produce un unico piano. Lo scenario planning accetta che il futuro sia incerto e costruisce più futuri plausibili in parallelo, preparando l’organizzazione a reagire rapidamente a qualunque di essi si materializzi.
Cosa sono le “remarkable people interviews”?
È il metodo, proposto da Schwartz, di intervistare persone posizionate ai margini del proprio settore, non necessariamente famose, per intercettare segnali deboli di cambiamento prima che diventino visibili nei dati storici o nei modelli quantitativi.
Serve un team dedicato o consulenti esterni per applicare il metodo?
Nella versione originale del libro sì, il processo Shell richiedeva mesi e team dedicati. Oggi, con l’AI a supporto della ricerca e della generazione di scenari, anche una PMI può condurre un primo ciclo di scenario planning in un workshop di poche settimane.
Informazioni sul libro
| Campo | Dettaglio |
|---|---|
| Autore | Peter Schwartz |
| Editore | Doubleday/Currency |
| Pagine | 258 |
| Anno | 1991 |
| ISBN | 978-0385267311 |
| Lingua | Inglese |
| Categoria | Strategy |
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