Il Design Thinking viene presentato quasi sempre come un metodo per risolvere problemi. È corretto, ma è una descrizione incompleta. Il suo contributo più prezioso arriva prima, nel momento in cui aiuta a scegliere quale problema vale davvero la pena risolvere.

Il design thinking non è solo un metodo per risolvere problemi

Negli ultimi dieci anni il termine design thinking è uscito dagli studi creativi ed è entrato nei board delle aziende. Manager e imprenditori lo hanno adottato come approccio per affrontare l'incertezza, non più solo per disegnare prodotti o interfacce. È un'evoluzione naturale: il modo in cui i designer affrontano un problema, con prototipi rapidi, iterazioni ed empatia verso l'utente, si è rivelato utile anche fuori dal mondo del design.

C'è però un equivoco che si ripete quasi ovunque: pensare che design thinking equivalga a problem solving. È una semplificazione che lascia fuori la parte più importante del metodo, quella che serve a capire se stiamo risolvendo il problema giusto prima ancora di iniziare a risolverlo. Se non hai ancora chiaro il quadro d'insieme, questo articolo approfondisce un solo passaggio della guida completa al Design Thinking, quello della fase Define.

85% dei dirigenti ammette che la propria azienda fatica a individuare correttamente il problema Fonte: Harvard Business Review, Wedell-Wedellsborg
2 i diamanti del modello che separa la ricerca del problema dalla ricerca della soluzione Fonte: Design Council
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Il punto centrale

Il vero valore del design non sta nella risposta. Sta nella qualità della domanda che la genera.

Questo non è solo un tema teorico. Chi lavora ogni giorno su strategia competitiva e lettura del mercato sa che la maggior parte dei progetti che falliscono non falliscono per un'esecuzione scadente. Falliscono perché nessuno ha messo davvero in discussione il problema di partenza.

I tre livelli del design: bellezza, soluzione, domanda

Per capire perché il design thinking va oltre il problem solving, è utile scomporre il design in tre livelli, ciascuno con un ruolo preciso. Li ho rappresentati in questo schema, che riprende e adatta la lettura proposta dal designer olandese Dennis Hambeukers.

I tre livelli del design: la testa (question finding), le mani (problem solving), il cuore (estetica)

I tre livelli del design, operativo, tattico e strategico. Elaborazione di Giacomo Melani, ispirata al modello di Dennis Hambeukers.

Livello Cosa risolve Competenze richieste Rischio se manca
Estetica (il cuore) Rendere le cose belle e desiderabili Sensibilità visiva, cura del dettaglio Una soluzione giusta che nessuno vuole usare
Problem solving (le mani) Trasformare un'idea in una soluzione funzionante Prototipazione, iterazione, test Un'ottima esecuzione su un problema sbagliato
Question finding (la testa) Capire quale problema vale la pena risolvere Ascolto, reframing, pensiero critico Mesi di lavoro investiti nella direzione sbagliata

I tre livelli non competono tra loro, lavorano in sequenza e si rinforzano a vicenda. Una tecnica utile per allenare il livello del problem solving, quando il problema è già stato inquadrato, è il metodo SCAMPER: sette leve per ricombinare un'idea esistente invece di partire da un foglio bianco.

Il modello double diamond: perché serve un doppio salto

Il framework che rende operativo questo ragionamento è il Double Diamond, sviluppato dal Design Council britannico. Rappresenta il processo di design come due diamanti in sequenza: il primo per esplorare e definire il problema, il secondo per sviluppare e consegnare la soluzione.

Schema del modello Double Diamond: discover, define, develop, deliver, con la definizione del problema al centro

Il modello Double Diamond. Elaborazione di Giacomo Melani, basata sul framework del Design Council.

Il principio
Solve the right problem. Solve the problem right.
Le due metà del double diamond, in sequenza, mai al contrario

Il primo diamante si apre con la fase discover, in cui si raccolgono segnali, dati e osservazioni senza filtrarli troppo presto, e si chiude con la fase define, in cui tutto quel materiale viene sintetizzato in una definizione precisa del problema. Solo a quel punto si apre il secondo diamante: develop per generare ed esplorare possibili soluzioni, deliver per portare quella scelta sul mercato.

⚠️
L'errore più comune

Nel mondo del business quasi tutti partono dal secondo diamante. Il brief arriva già con il problema definito, e il team si mette a cercare soluzioni per un problema che nessuno ha davvero verificato.

Perché quasi nessuno sa trovare la domanda giusta

A scuola ci alleniamo a risolvere problemi, quasi mai a trovarli. Chi ha studiato filosofia ha probabilmente qualche vantaggio in questo, perché il pensiero filosofico è per natura un esercizio di messa in discussione delle domande. Il problema è che la filosofia raramente si traduce in un metodo applicabile in azienda in tempi rapidi. Il design, invece, funziona come una forma di filosofia pratica: usa prototipi, mappe e artefatti concreti per far emergere la domanda che si nasconde dietro il problema dichiarato.

Le persone, messe davanti a una soluzione anche abbozzata, riescono a dire con precisione se risolve o no il loro problema reale. Messe davanti a un foglio bianco e a una domanda astratta, molto meno. Per questo il modo più efficace per trovare la domanda giusta non è discuterne in sala riunioni, ma costruire qualcosa, anche imperfetto, e osservare le reazioni.

In una sala riunioni, di fronte al management di un'azienda di logistica con un fatturato di 12 milioni, ho posto una domanda semplice: "Chi siete?". Due parole di risposta, poi silenzio. Il problema che l'azienda mi aveva portato era operativo: ritardi nelle consegne, costi fuori controllo, competizione sempre più aggressiva sul prezzo. Ma il vero problema, quello che emerge quando smetti di cercare la soluzione e resti sulla domanda, non era operativo. Era di identità. L'azienda si era trasformata, rincorrendo ogni richiesta dei clienti, in una copia quasi esatta dei propri competitor, e l'unica leva rimasta era il prezzo.

Lo stesso meccanismo vale su scala molto più grande. Kodak inventò la fotografia digitale già negli anni Settanta, ma la domanda che si pose internamente fu "come proteggere il nostro business sulla pellicola", non "come aiutare le persone a conservare i propri ricordi". Ha risolto perfettamente il problema sbagliato, e questo le è costato la leadership del settore.

Un framework in 5 passi per allenare il problem framing

Il problem framing non è un talento innato, è una disciplina che si allena. Ecco il processo che uso quando entro in un'azienda con un problema già "definito" sul tavolo.

1

Vieta la parola "soluzione" per i primi 30 minuti

Costringe il team a restare sul problema invece di saltare subito al brainstorming di idee.

2

Riformula il problema in almeno 3 modi diversi

Ripeti "come potremmo…" con angolazioni differenti: dal punto di vista del cliente, del team interno, del competitor.

3

Costruisci un prototipo della domanda, non della risposta

Porta qualcosa di concreto, anche approssimativo, davanti agli stakeholder e osserva le reazioni reali.

4

Convalida con i dati di chi vive il problema

Parla con i clienti reali, non solo con il team interno: le opinioni interne confermano quasi sempre il brief di partenza.

5

Solo a questo punto apri il secondo diamante

Inizia a generare, selezionare e sviluppare le soluzioni, ora su un problema verificato.

Metodo pratico

Allena la capacità di riformulare i problemi

Il metodo SCAMPER ti dà sette leve concrete per guardare un problema da angolazioni diverse, prima ancora di cercare la soluzione.

Scopri SCAMPER Mastery

Il parallelismo con la strategia aziendale

Questo ragionamento non riguarda solo il design di prodotto. Riguarda in modo quasi identico la costruzione di una strategia aziendale. Quando si progetta una strategia, la tentazione è la stessa: inseguire subito le soluzioni, i piani, le iniziative, senza aver inquadrato correttamente il problema competitivo di partenza. È una delle cause più frequenti di fallimento dei progetti di strategia, ed è concettualmente identica all'errore di saltare il primo diamante nel design.

Una strategia perfetta, applicata al problema sbagliato, produce comunque un fallimento.

Giacomo Melani

Chi si occupa di execution e change management lo vede ogni giorno: un piano eseguito con disciplina impeccabile, su un problema mal definito, non produce risultati. Produce solo la conferma, molto costosa, che la direzione era sbagliata. Il design thinking, in questo senso, non è un metodo alternativo alla strategia. È la disciplina che dovrebbe precederla, per la stessa ragione per cui il primo diamante precede il secondo: prima si inquadra la sfida, poi si eseguono le soluzioni.

Se lavori con la costruzione o la revisione di un modello di business, il consiglio pratico è lo stesso che vale per un designer davanti a un brief: prima di aprire il secondo diamante, prenditi il tempo di verificare se il problema che stai per risolvere è davvero quello giusto.

Domande frequenti

È un approccio che applica il modo di pensare dei designer, iterativo, empatico e orientato alla sperimentazione, alla soluzione di problemi complessi, in azienda come nel design di prodotto. La sua parte più preziosa è la prima fase, quella che serve a definire correttamente il problema prima di cercare soluzioni.
È un framework sviluppato dal Design Council che rappresenta il processo di design come due diamanti in sequenza. Il primo serve a esplorare e definire il problema, discover e define, il secondo a sviluppare e consegnare la soluzione, develop e deliver.
Perché la scuola e la cultura manageriale allenano a risolvere, non a interrogare. Il problem finding richiede tempo, ascolto e la disponibilità a mettere in discussione il brief iniziale, tre risorse che scarseggiano quando la pressione sui risultati è alta.
Il Design Thinking aiuta a capire quale problema vale la pena risolvere e per chi. Il Lean Startup aiuta a validare rapidamente se la soluzione trovata funziona sul mercato, con esperimenti e MVP. Sono complementari, il primo lavora a monte del secondo.
Lo stesso principio del double diamond vale per la definizione della strategia: prima si inquadra correttamente la sfida competitiva, poi si sviluppano e si eseguono le soluzioni. Saltare la prima fase è una delle cause più comuni di strategie ben eseguite ma applicate al problema sbagliato.

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